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Cominciamo a riflettere da qui: politica ed emozioni. Quello che ormai nel linguaggio corrente è chiamato “pancia della gente”. La corda delle persone che sarebbe toccata da alcuni politici e non da altri.
Dunque.
Ci sono emozioni che lasciano il vuoto. Sono effimere perché prodotte solo da meccanismi esterni. Gli effetti speciali dell’era tecnologica le suscitano ogni giorno. La comunicazione suggestiva le induce. In un batter d’ali svaniscono.
Vi sono emozioni che costruiscono. Muovono il pensiero, aprono una luce all’intelligenza, orientano verso il senso delle cose e dell’agire. Ritornano a chi le prova come domanda aperta: dunque, io?
Un’emozione capace di  collegare i diversi aspetti della vita personale – emozioni, affetti, pensieri, coscienza - è cosa buona. Non lascia spettatori, attiva il desiderio di agire, il “che fare?”. Dunque sviluppa il compito, la responsabilità.
Un’emozione così può nascere solo quando si attinge alla verità delle cose, delle persone, della vita.
D’improvviso una dimensione lontana e sbiadita, confinata nell’utopia o nella fantasia, si fa presente. Una possibilità e una realtà insieme. Dal suadente benessere dell’evasione alla gioia della constastazione. Si lascia la fantasia e si attiva l’immaginazione: l’arte di coniugare la fantasia con la realtà. Si entra nel dinamismo che rende possibile l’impossibile. E l’impossibile è sempre eccedente rispetto anche a chi lo desidera. E’ inedito e al contempo immediatamente noto. Impensabile un attimo prima ed evidente subito dopo.
Nei circa 16000 chilometri in auto fatti attraverso Marche, Umbria, Lazio e Toscana, in questa campagna elettorale per le europee, ho incontrato, in più 500 incontri pubblici centinaia, migliaia, di persone.
Negli incontri quelle persone cercavano insieme le vie della buona politica, dell’agire illuminato da un alto pensare, da una limpidezza dell’intenzione, da una lealtà del patto. Cercavano – mi è parso -  concretezza di sviluppo, disegno di società, vie per il superamento – insieme! - delle difficoltà. Cercavano convivialità e pace. Questo clima di onesta ricerca dava un’emozione: si era a contatto con la verità della vita e quelle persone esprimevano reciprocamente la veracità del cuore (cioè tutti gli aspetti dell’umana esperienza – dai più nobili ai più bassi – erano convogliati in questo primario atteggiamento costruttivo e creativo).
La buona politica era già lì, mentre la si cercava. Nasceva mentre si attendeva. Un pensiero operoso, infatti, genera un’opera che fa pensare… forza della verità che si esprime in bontà e bellezza.
Le persone piccole che eravamo e che normalmente sono confinate in corpo 8 nei manuali di storia, lì, in quell’incontrarsi in sale, strade, piazze e portici di paesi e città, erano a pieno titolo in corpo 12, il carattere grafico riservato a Napoleone o Garibaldi.
Perché non può essere sempre così? A noi il compito della risposta. Non domani, non altrove, ma adesso, qui, dove ciascuno termina la lettura di queste brevi parole.

Franco

P.S. – Se sei stato uno dei protagonisti degli incontri a cui mi riferisco, mi invii un tuo commento? Grazie.

 

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